RELAZIONE ON. LORENZO CESA - DIREZIONE NAZIONALE UDC – 10 MAGGIO 2010
Posted On at by UDC PUGLIA
Care amiche, cari amici,
buon pomeriggio a tutti e grazie di essere intervenuti.
Le poche settimane che ci separano dal voto delle elezioni regionali sono state sufficienti per rendere chiaro agli italiani, davvero a tutti, che quella fotografata il 28 e 29 marzo scorsi era una situazione politica deformata rispetto alla realtà. Deformata dal chiasso di una campagna elettorale che aveva parlato d’altro, dagli infiniti ricorsi e polemiche sulle liste, da un sistema dell’informazione radio-televisiva reso monco dalla sospensione dei programmi di approfondimento.
Il Pdl che aveva cantato vittoria, esaurita la finzione elettorale, si è rivelato quello che avevamo previsto fin dal giorno della sua nascita sul predellino. Un contenitore di culture e sensibilità troppo diverse per poter convivere senza doversi annullare nell’unica sensibilità ammessa, quella del capo, ed oggi non passa giorno senza che sia lacerato dal conflitto tra i suoi due fondatori e dalle lotte intestine. E’ un partito dal presente incerto ma dal futuro certo: certo che alle prossime elezioni politiche, in qualunque momento esse saranno, non sarà più lo stesso.
E come avevamo previsto fin dall’inizio della legislatura ad approfittare della situazione è la Lega, sempre più arbitro e padrone dei destini della maggioranza e del governo.
Il Pd, che aveva tentato di spiegare di non avere perso, è smarrito al punto che i suoi elettori non sanno più se affidarsi alla propria classe dirigente o agli strappi di Fini nel centrodestra.
E’ un partito che sembra aver trovato nel travaglio interno la sua unica linea unificante: che non sa se gli piace di più il modello istituzionale alla tedesca o quello americano; che vede Veltroni pronto a rinnegare se stesso tagliando i ponti con il centro, dopo aver cancellato la sinistra estrema due anni fa, pur di mettere i bastoni tra le ruote a Bersani e D’Alema; che non sa se ama ancora o non ama più le primarie; che si rintana a sinistra come chi nei momenti difficili si rifugia tra gli antichi affetti, ma non sa come dirlo alla componente cattolica che ha imbarcato quando è nato e che ora mal sopporta al proprio interno.
Abbiamo aspettato qualche settimana per convocare questa Direzione Nazionale per lasciare depositare la polvere del vulcano delle regionali che aveva abbagliato politici del Pd e del Pdl, molti giornalisti e anche qualche nostro dirigente locale.
Qualcuno aveva volato di fantasia, già prevedeva che nel giro di pochi giorni ci saremmo gettati tra le braccia di uno dei due partiti più grandi.
Ma, ce lo insegnano le cronache di questi giorni, volare in mezzo ad un polverone può essere pericoloso. Di sicuro in politica può provocare visioni ingannevoli.
Non a caso a 40 giorni dalle elezioni tutti questi discorsi e queste congetture sono già finiti. I fatti hanno dimostrato e stanno dimostrando che è stato ed è giusto mantenere la nostra autonomia dai due schieramenti, che abbiamo avuto ed abbiamo ragione. L’abbiamo fatto scegliendo una strada che sapevamo impervia, come quella delle alleanze variabili, una scelta difficile da spiegare, che ci è costata anche in termini di potere e in qualche realtà di consenso, ma che era l’unica per rimanere liberi e protagonisti del nostro futuro.
Ci hanno detto subito dopo le elezioni che saremmo stati obbligati a scegliere, che avremmo dovuto sbrigarci a schierarci, ad andare a destra o a sinistra.
Ma per fare cosa? Con un Pdl e con un Pd in queste condizioni non c’è possibilità di alleanza. Tantomeno di confluire.
Ogni giorno che passa dimostra sempre di più che la scelta strategica del 2008 di non annullarci nel partito del predellino e non confonderci in uno schieramento con il Pd ammanettato a Di Pietro era non solo giusta ma anche l’unica ragionevole, anche se sapevamo che avremmo dovuto pagare un prezzo in termini di posti di potere. Se è per questo siamo orgogliosi di aver rinunciato al potere ma non alle nostre convinzioni.
Prima degli altri abbiamo intuito che il Paese si stava avviando verso una crisi di sistema senza ritorno. Il bipolarismo guidato dalle estreme, le spinte verso il bipartitismo, il clima da western permanente con scontri continui all’insegna di un “tutti contro tutti” che purtroppo ha contagiato anche la società e le sue categorie produttive, il populismo, non sono i rimedi di cui il Paese ha bisogno per uscire dalle secche in cui si trova.
Rappresentano semmai i suoi mali più profondi.
Un bipolarismo minato da questi mali non produce riforme che consentano al Paese di ammodernarsi e camminare al passo con i tempi; non aiuta la nostra economia a crescere; non alimenta la fiducia nelle istituzioni ma anzi la corrode allontanando fasce sempre più consistenti di cittadini dal voto: voglio ricordare che alle ultime elezioni il dato sull’astensione è salito fino al 36,5%. Questo bipolarismo non garantisce né la formazione né un adeguato ricambio della classe dirigente. Semmai la blinda facendola paracadutare dall’alto, dopo aver cancellato anche il diritto degli italiani di scegliersi i loro parlamentari con le preferenze. Non ha ridotto né gli sprechi né gli scandali che al contrario ormai si susseguono ad un ritmo talmente elevato e a tutti i livelli da rappresentare la spia più evidente dell’incapacità del sistema di rimettersi lungo i binari di un corretto funzionamento.
Su tutti questi scandali peraltro non abbiamo speculato e non intendiamo farlo. Non lo abbiamo fatto sulle vicende della Protezione Civile, sulle dimissioni del ministro Scajola e non lo faremo in futuro di fronte ai continui fuochi che si accendono: la nostra è un’opposizione responsabile e non pregiudiziale o ideologica. L’abbiamo chiamata “repubblicana” perché mira all’interesse della Repubblica e dello Stato e non a sfasciare l’Italia con la teoria del “tanto peggio tanto meglio”. Ma crediamo anche che fingere che nulla stia accadendo sia molto pericoloso. Non solo per un’intera classe dirigente che dà l’impressione di vivere sulla luna, attenta a curare i propri interessi e lontana anni luce dai problemi degli italiani che invece dovrebbe risolvere. Ma anche per il futuro stesso del nostro Paese.
Viviamo in un Paese che avrebbe bisogno di concordia e coraggio riformatore. Di maggioranza e opposizione in grado di assumersi responsabilità chiare e distinte ciascuna nel rispetto del proprio ruolo ma capaci di dialogare e trovare soluzioni all’altezza quando ci si trova ad affrontare enormi problemi come in questi giorni.
La Grecia è a poche centinaia di chilometri da noi. Come ha ricordato giustamente Casini anche negli ultimi giorni è davvero dietro l’angolo.
L’euro e l’Europa, indeboliti dalla crisi economica e dalle prospettive di bassi tassi di crescita, sono sotto l’attacco della speculazione finanziaria mondiale e pagano un prezzo pesante per le troppe incertezze che ancora allontanano il traguardo dell’unità politica dopo quella monetaria.
Qualunque Stato rischia di vacillare di fronte a questi attacchi, se obbligato a difendersi da solo. Ed è destinato a soccombere se si presenta sul palcoscenico internazionale profondamente diviso al proprio interno. Se non è in grado di fare ordine nei propri conti, di approvare le riforme necessarie per ammodernarsi e di dare il senso di una missione a tutti i suoi cittadini, anche a costo di richiedere sacrifici e provocare scontento, coinvolgendoli in un progetto comune di crescita e di sviluppo e non facendo di tutto per dividerli in fazioni in lotta tra loro.
Abbiamo dato atto al ministro Tremonti di aver scelto giustamente in questi due anni la linea della prudenza e dell’oculatezza in materia di conti pubblici e appoggiamo gli sforzi del governo di trovare una soluzione con gli altri partner europei per fronteggiare la crisi finanziaria.
Aggiungo che sono convinto che tutti, maggioranza ed opposizione, dovrebbero sostenere il decreto varato dal governo sul caso Grecia, facendo prevalere il senso di responsabilità e l’interesse del Paese sugli interessi di parte, com’è già accaduto in occasione del varo delle missioni internazionali di pace all’estero dei nostri soldati. Daremmo così un segnale di unità e fermezza di fronte alla crisi che anche i mercati registrerebbero positivamente.
Ma alla maggioranza ed al governo bisogna anche dire che se evitare che l’Italia affondi come i greci è un punto di partenza imprescindibile, pensare che galleggiare per anni sia il punto di arrivo sarebbe inaccettabile. Ci porterebbe comunque al disastro.
Le condizioni del nostro debito pubblico che comunque continua a crescere, la disoccupazione che ormai ha raggiunto l’8,8%, con un tasso altissimo tra i giovani del 27,7%, lo smarrimento ed il calo dei consumi delle famiglie, la perdita di competitività costante da quindici anni, da quando cioè il sistema Italia si è affidato a questo bipolarismo, dovrebbero indurre innanzitutto chi ha la responsabilità di guidare il Paese ad affrontare il tema delle riforme necessarie a farlo ripartire.
Sappiamo già che non sarà così purtroppo, che il governo non ha il coraggio né la forza, pur avendo i numeri, per affrontare temi come la riforma delle pensioni, le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, la riforma del fisco a partire dal quoziente familiare, l’eliminazione degli enti inutili come le province.
I buoni propositi dei giorni immediatamente successivi al voto sono già dimenticati. La promessa di cercare il consenso intorno a riforme condivise anche.
Questo, al contrario, è un Paese che ormai riesce a dividersi su tutto, anche sulla celebrazione dei suoi 150 anni di unità.
Ma, come ho detto nei giorni scorsi, noi preferiamo ancora Garibaldi a Borghezio ed i Mille alle ronde padane.
E non si tratta di fare polemica con la Lega. La campagna elettorale è finita e le spinte per dividere il Paese in realtà arrivano da entrambi gli schieramenti, sono figlie, come ho cercato di spiegare prima, di questo bipolarismo, dunque di tutte le forze che lo sostengono.
Gli italiani nauseati, gli italiani responsabili che non ci credono più, che hanno perso la fiducia, quelli che vorrebbero un cambiamento e magari sarebbero anche disposti ad impegnarsi in prima persona se vedessero uno spiraglio di novità – e sono tanti – non meritano tutto questo.
E’ arrivato il momento di dire basta. E di offrire un’alternativa a questa politica che punta solo a dividere per non perdere il consenso dei propri tifosi.
E’ arrivato il momento di dar vita ad un nuovo partito che parli il linguaggio della riconciliazione nazionale, della responsabilità. Un partito dell’unità nazionale, della nazione, che rimetta insieme il Paese e lo guidi verso il futuro modernizzandolo, riformandolo, facendolo crescere.
L’Udc da sola non può realizzare un compito tanto ambizioso. E’ un partito a cui tutti siamo affezionati ma che è figlio di una stagione diversa, di una nostra fiducia probabilmente un po’ ingenua nel fatto che questo bipolarismo sarebbe maturato da solo, che da solo avrebbe trovato il modo di non essere più condizionato dalle ali estreme. Non è andata così e per questo lo dobbiamo superare per dar vita ad un soggetto completamente nuovo.
Dobbiamo farlo non per smanie nuoviste ma perché solo così possiamo coinvolgere e rendere protagonisti nella costruzione del partito della nazione tutti quegli italiani, laici e cattolici, credenti e non credenti, che finora si sono tenuti ai margini della politica o che si sentono disgustati e se ne sono allontanati.
Questo richiederà un passo indietro, una disponibilità ed un’apertura da parte di tutta la nostra classe dirigente periferica come di quella centrale. Voglio essere chiaro fin d’ora su questo punto: chi penserà di coltivare il proprio orticello, rinchiudendosi e respingendo ogni contributo esterno verrà lasciato solo e non avrà alcun ruolo nel nuovo soggetto che costruiremo tutti insieme.
Non si costruisce un partito aperto, plurale, vorrei dire di massa, in grado di ambire a governare il Paese, come è nelle nostre intenzioni, sulle chiusure e sulle gelosie dei singoli.
Anche a livello locale i comitati comunali, provinciali e regionali dovranno dar vita a coordinamenti aperti per la co-gestione del partito con altre forze, soggetti, uomini e donne, mi auguro soprattutto tanti giovani, interessati a dare il loro contributo in vista della nascita del nuovo soggetto.
Nei prossimi giorni, a partire dall’appuntamento di Todi dal 20 al 22 maggio, definiremo il percorso che ci attende, stabiliremo le fasi di un tesseramento aperto e trasparente, lanceremo un’iniziativa aperta al contributo di tutti per la scelta del nome e del simbolo, cominceremo a delineare i caratteri costitutivi del nuovo partito.
Il resto sarà tutto da costruire e da realizzare: senza rivendicare primogeniture, insieme da pari a pari con chi vorrà dare una mano.
Ci aspetta un compito difficile ma appassionante e quanto mai necessario: aiutare l’Italia a sentirsi, a 150 anni dalla sua unificazione, di nuovo orgogliosa di essere una nazione unita, europea, ma pure moderna e finalmente capace di guardare al futuro con un po’ più di speranza e fiducia e un po’ meno preoccupazione.












La modernizzazione del Paese questa è certamente il servizio che possiamo e dobbiamo rendere agli italiani.E ci riusciremo se perseguiremo il progetto con umiltà e allargando la partecipazione.
NICOLA CASSONE